All About Jazz Italy review by Luca Canini

cf097Steve Lehman – Manifold (CF 097)        
Un ottimo repertorio, quattro musicisti di grande sensibilità e intelligenza, una torrida serata portoghese e un’etichetta che raramente sbaglia un colpo. Che altro chiedere a un disco jazz?
Registrato dal vivo durante il festival lusitano di Coimbra, Manifold è l’ennesima prova della maturità raggiunta da quel piccolo grande talento di Steve Lehman. Un lavoro asciutto e per certi versi meno stratificato rispetto alle precedenti prove licenziate per la Pi con Vijay Iyer (ad esempio Demian as Posthuman, che in qualche modo strizzava l’occhio all’elettronica), ma non per questo meno riuscito e affascinante.

Per inquadrare grossolanamente il mood si potrebbe parlare di un free molto attento alle strutture, da qualche parte tra il primo Dave Douglas e Tim Berne, con un occhio ai quartetti di John Lindberg. Se infatti non mancano i momenti di eccitante tensione, i soli trascinanti e infuocati, a prevalere e convincere è un raro senso della misura e dell’orchestrazione, che porta ogni traccia a un preciso compimento, a uno sviluppo impeccabile e intelligente.

Così ad esempio nell’iniziale “Interface D” non si può non ammirare l’estrema precisione della resa del quartetto, perfetto nel restituire la portata di un brano pennellato con grande perizia ritmica e armonica. Stesso discorso per l’unico standard in scaletta, una pregevole interpretazione di “Dusk,” brano scritto da uno che di strutture qualcosa ne capiva: Andrew Hill. Entusiasmante, infine, il duo tromba-contralto che apre “Is This the Rhythm?,” dialogo ispirato che non avrebbe sfigurato in un disco AACM di fine anni Sessanta.

Sospeso tra i maestri Braxton e McLean, il contralto di Lehman si distingue per inventiva e attenzione alla forma degli interventi, richiamando di tanto in tanto il vibrato carnale di Henry Threadgill. Pregevole anche il contributo di Jonathan Finlayson, trombettista dotato di una voce limpida e di un fraseggio cristallino. Strepitoso, come sempre, Nasheet Waits: imprevedibile motore ritmico. Sorprende, infine, il basso di John Hebert, perfettamente a suo agio in un contesto che non ne esalta soltanto la proverbiale rotondità.

Bene, bravi, bis!
http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=3666

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