Daily Archives: June 28, 2010

All About Jazz Italy review by Enrico Bettinello

John Hébert – Spiritual Lover (CF 175)
Dopo la piacevole sorpresa di Byzantine Monkey – uno dei dischi che più ci aveva colpito lo scorso anno – il contrabbassista John Hébert accresce la propria discografia da leader con questo nuovo Spiritual Lover, per la portoghese Clean Feed.

Rispetto al precedente lavoro, in cui Hébert aveva costruito un gioco di gruppo denso e stratificato, alternando quintetto a sestetto, ora l’ambito formale cambia decisamente e i compagni di avventura sono il pianista Benoît Delbecq e il batterista Gerald Cleaver. Dalla varietà di soluzioni compositive di Byzantine Monkey, si passa qui a una formazione che si muove secondo altre logiche, che recupera in modo più diretto la fondamentale esperienza di Hébert con Andrew Hill [la title-track iniziale è una sua composizione, apparsa originariamente su Eternal Spirit] e che è necessariamente più aperta.

Il contributo collettivo al suono delle varie tracce è evidente e inevitabilmente rende meno marcata la “mano” del contrabbassista sul progetto: emergono così attorno alla densa cavata di Hébert, soprattutto l’intenso lavoro di Delbecq [che al pianoforte acustico alterna in alcuni momenti il clavinet e il sintetizzatore] e la consueta arguzia ritmica di Cleaver, in uno stimolarsi reciproco che si nutre di melodia e di respiro, di obliquità e ambiguità che spazia dalla ripresa della splendida “Cajun Christmas” fino a una rilettura di “Here’s That Rainy Day”.

Un gioco raffinatissimo e ammaliante, anche se non così stupefacente come era stato il disco precedente.
http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=5367

All About Jazz Italy review by Luca Canini

Jorrit Dijkstra –   Pillow Circles (CF 166)
Rotterdam, Lisbona, New York, Chicago. Come nella settimana enigmistica, unite i puntini e comparirà la scritta Pillow Circles.

Il percorso immaginario lungo il quale si muove il disco inizia da Rotterdam, la città del North Sea Jazz Festival, che nel 2009 ha commissionato il qui presente lavoro al sassofonista Jorrit Dijkstra. Olandese lui, olandesi altri tre membri della band: il violista Oene Van Geel e i chitarristi Raphael Vanoli e Paul Pallesen. Seconda tappa Lisbona, dove ha sede la benemerita Clean Feed, la Black Saint del nuovo millennio, sempre pronta a captare i segnali di vita provenienti dal pianeta “jazz dei giorni nostri”. Una capatina a Brooklyn, New York, per raccattare Tony Malaby, e poi via verso Chicago, per affidare le chiavi del gruppo alla sezione ritmica composta da Jason Roebke e Frank Rosaly, e per imbarcare un autentico fuoriclasse come il trombonista Jeb Bishop.

Messo insieme un ottetto del genere, ci vuole una scaletta all’altezza della situazione. E le nove composizioni scelte per la track list finale, distinguibili soltanto dal numero di serie, lo sono, eccome. La firma è quella di Dijkstra, così come le dediche alla Vandermark che accompagnano ciascuno dei brani. La prima freccia va subito a bersaglio: “Pillow Circle 34,” non a caso dedicata a Henry Threadgill, coglie nel segno grazie a una progressione armonica che sembra presa da un disco dei Very Very Circus.

Più astratta e scomposta la successiva “Pillow Circle 41,” marchiata a fuoco dal banjo di Paul Pallesen. La dedica a Fred Frith dice tutto di “Pillow Circle 18,” mentre “Pillow Circle 55,” composta pensando a George Lewis, offre al trombone di Jeb Bishop una splendida ribalta. Il meglio arriva però in chiusura, con la romantica “Pillow Circle 23,” dedicata a Jonny Greenwood, chitarrista dei Radiohead, brano dagli equilibri timbrico-armonici praticamente perfetti, che sa tanto di dolce inquietudine.

Rotterdam, Lisbona, New York, Chicago. Il viaggio è lungo, ma ne vale la pena.
http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=5349

Jazzreview review by Glenn Astarita

Angles – Epileptical West, Live in Coimbra (CF 182)
Producer and saxophonist Martin Kuchen professes jubilance and assists with generating a distinct group sound, teeming with abundant contrasts, riotous exchanges and climactic passages.

The sextet often produces a buoyant and sweeping panorama as vibist Mattias Stahl adds a polytonal edge via circular ostinatos, tinted background shadings and jazzy soloing spots.  During several movements, the musicians combine a hard-edged mode of execution with melodic choruses to offset the hornists’ ballsy and forceful soloing escapades.  Although they are apt to temper the flow, then spiral back towards the stratosphere.  With brash and soaring motifs, the unit’s explosive live presence transforms to disc rather effectively.

The piece titled “Epileptical West,” is a boisterous and stirring swing/bop workout via high-flying horns, avant-rock, and whirlwind like solos.  The band pulls out the proverbial stops with complex time changes and snappy choruses.  Midway through, they moderate the flow but revisit the primary theme amid various expansions for the finale.  It’s an adrenaline rush, indeed. 

Angles is a unit that resides on the edge, yet underscores the hot and heavy episodes with a touch of modern mainstream.  Strong material and a deterministic mode of operations, yields the winning formula on this compelling effort.  Hence, it’s an exposition, teeming with raw firepower and finesse to complement the artists’ fusion of divergent angles into the grand schema.
http://www.jazzreview.com/cd/review-21085.html

All About Jazz Italy review by Enrico Bettinello

Angles – Epileptical West, Live In Coimbra (CF 182)
Valutazione: 5 stelle
Gli Angles sono una delle band più emozionanti del jazz creativo di oggi. Politica, vibrante, libera, comunicativa! Se già il precedente Every Woman Is a Tree ci aveva colpito per la capacità di fare brillare di energie nuove un lessico condiviso come quello che deriva dalla grande stagione estatico-modale degli anni Sessanta, questo nuovo Epileptical West – registrato dal vivo a Coimbra – si candida senza dubbio a essere uno dei dischi dell’anno.
La formazione, guidata dall’imprevedibile sassofonista svedese Martin Küchen, è rmasta invariata, forte di Magnus Broo e Mats Älekint a tromba e trombone, del pungente vibrafono di Mattias Ståhl e della ritmica composta da Johan Bertling e Kjell Nordeson.

Si parte già al massimo dei giri, con una “Present Absentees/Pygmi” nella quale convivono echi folk e ipnosi alla Chicago Underground, per poi affidare al lungo e ieratico crescendo di “Today Is Better Than Tomorrow” il compito di far cadere ogni barriera emozionale tra musicisti e ascoltatori.
È una musica in cui vivono Africa e funk, free scandinavo e post-bop, tensioni collettive e voci soliste, il tutto in un costante dis/equilibro sorretto sempre da una solida vocazione alla condivisione: succede con la title-track [che sembra uscita dal songbook di William Parker], così come succede con la ipnotica e danzante “En Svensk Brownie,” in cui riecheggia il primo Hemphill.

Dal precedente disco viene ripresa proprio la simbolica “Every Woman Is a Tree,” dedicata alle donne irachene e i continui riferimenti sociali e politici della musica di Küchen e soci [che trovano spazio anche nel booklet] riescono a non sembrare mai pretestuosi, diventando energia pura, rabbia ma anche speranza. Il leader è protagonista qui di un solo lancinante, così come la sua voce al contralto è pregna di blues nella conclusiva “Let’s Tear the Threads of Trust,” ma tutto il sestetto sembra in stato di grazia.

Globale e incazzato, mai autoreferenziale e sempre consapevole, il jazz di oggi e di domani dovrebbe sempre essere come quello degli Angles.
http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=5368

Downbeat review by Peter Margasak

Kirk Knuffke – Amnesia Brown (CF 167)
4 Stars
Over the last couple years, New York trumpeter Kirk Knuffke has quietly emerged as one of the most exciting and flexible hornmen on the scene.  On Amnesia Brown he pushes his music in yet another compelling direction.  Joined by two of his cohorts in the Nublu Orchestra, Doug Wieselman and Kenny Wollesen, Knuffke shapes 16 pithy originals with an insistent accent on variety and concision.
When Wieselman plays clarinet there is a bracing polyphony to the proceedings, from the astringent harmonies and multi-linear improving on the title track to the Ornette Coleman-ish interactions on “Practical Sampling.”  But when he picks up the guitar he dramatically alters the complexion on the music, giving it greater muscle, intensity and motion; he’s not a virtuoso on the instrument, shaping textured arpeggios, sharply barbed runs and tangled chords, but they give Knuffke plenty to chew upon.  Despite the shifting landscapes, Knuffke maintains impressive restraint, shaping richly melodic solos that usually hover within his instruments midrange, both tonally and emotionally. Yet while he plays it cool, that doesn’t mean his performances are conservative; his lines are marked by tricky rhythmic schemes, unexpected loop-de-loops and curlicues, and sudden blurts.  Wollesen does an excellent job pushing it all along.