All About Jazz Italy review by Luca Canini

Peter Evans – Live in Lisbon (CF 173)
In gergo jazzistico vengono definite “contrafacts”. Si tratta di composizioni ricavate da materiale preesistente, il più delle volte sovrapponendo una nuova linea melodica alla struttura armonica di un brano celebre. La pratica è antica come il jazz, anche se è legata a doppio filo alla rivoluzione bebop e al nome di Charlie Parker (al quale va attribuito il merito di averla elevata al rango di arte). Numerosi e celeberrimi gli esempi di “contrafacts” usciti dalla penna del sassofonista di Kansas City: “Ornithology,” ricavata da “How High the Moon,” “Ko Ko,” ottenuta rimodellando “Cherokee,” “Chasin’ the Bird,” una delle decine di brani derivati da “I Got Rhythm” di Gershwin. Altrettanto famosi i “contrafacts” firmati Monk: “Bright Mississippi” da “Sweet Georgia Brown,” “In Walked Bud” da “Blue Skies,” “Evidence” da “Just You, Just Me”. Per non parlare di “Impressions” di John Coltrane, mutazione genetica della “So What” davisiana. E la lista potrebbe proseguire più o meno all’infinito, tirando in ballo Tristano e tutti i “tristaniani,” Dexter Gordon, Dizzy Gillespie, Tadd Dameron, Jim Hall, John Scofield.

Ma se gli esempi di “contrafacts” potrebbero essere snocciolati a centinaia, fino a oggi mancava un intero disco scientificamente dedicato all’argomento. Ci hanno pensato Peter Evans e la Clean Feed a colmare il vuoto, dando alle stampe la registrazione di un live risalente all’agosto del 2009. Oltre al trombettista newyorchese, sul palco del mitico “Jazz em Agosto,” c’erano il contrabbasso di Tom Blancharte, il pianoforte di Ricardo Gallo e la batteria di Kevin Shea.

Un intero disco dedicato scientificamente all’argomento, si diceva. Già, e la parola chiave è scientificamente. È lo stesso Evans nelle note di copertina a raccontare come il fil rouge sia il confronto cercato e voluto con materiale preesistente. “All,” ad esempio, è un ripensamento cubista di “All the Things You Are,” mentre “Latticework” nasce dalla sovrapposizione di due brani: “Lush Life” di Billy Strayhorn e “Duke Ellington’s Sound of Love” di Mingus. E se “What” è prevedibilmente basata su “What Is This Thing Called Love,” “For ICP” è una sorta di collage ispirato alle musiche dell’orchestra di Mengelberg e Bennink.

L’operazione, ovviamente, non ha nulla a che fare con il citazionismo gratuito e nemmeno con la rimasticazione sterile di polverosi standard. Live in Lisbon, pur non riuscendo a smarcarsi da una certa vena cervellotica, è intrigante e godibile dal primo all’ultimo minuto. Forse un tantino labirintico, ma senza dubbio pensato con estrema lucidità. Evans, poi, è un musicista magnifico e un fenomenale improvvisatore (come già testimoniato dal recente Nature/Culture, doppio per solo tromba pubblicato dalla Psi di Evan Parker).

File under impossible mainstream.
http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=5704

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