All About Jazz Italy review by Luca Canini

Gerry Hemingway – Riptide (CF 227)
Valutazione: 4 stelle
Ventiquattro anni di vita, nove dischi all’attivo, diciotto musicisti coinvolti nel progetto: da Michael Moore a Don Byron, da Mark Dresser a Walter Wierbos, passando per Ray Anderson, Frank Gratkowski, Ernst Reijseger e Palle Danielsson. Ne ha fatta di strada il quintetto di Gerry Hemingway dal 1987, anno in cui Outerbridge Crossing, uscito per la Sound Aspects, segnò l’esordio discografico dell’allora neonata formazione.

Ne ha fatta di strada e ne ha scritte di pagine indimenticabili nel grande libro del jazz contemporaneo, tracciando una parabola artistica all’insegna della pluralità di soluzioni e della varietà di esiti, eppure sorretta da un’innegabile coerenza, da un senso logico dello sviluppo che fa di ogni capitolo della storia della band un ulteriore passo in avanti lungo il medesimo percorso di ricerca.

Riptide, pubblicato dalla Clean Feed, riparte da dove il precedente Double Blues Crossing, edito dalla Between the Lines nel 2005, si era fermato. E lo fa proponendo un paio di novità sostanziose per quel che riguarda la line-up. Fuori il trombone e il violoncello, che fin dalla prima delle cinque edizioni della band erano sempre stati presenti, dentro i clarinetti di Oscar Noriega e le chitarre del fido Terrence McManus, scoperto di recente grazie all’ottimo Below the Surface of. Inutile rimarcare che dal punto di vista timbrico gli avvicendamenti pesano: i clarinetti felpati di Noriega si insinuano furbescamente nelle trame della musica, alleggerendo il peso specifico del sound, mentre le chitarre, e l’effettistica, di McManus garantiscono una tavolozza di colori più che mai variopinta.

E però la coerenza di cui si parlava qualche riga sopra non viene messa in discussione. Il filo rosso che lega Riptide al passato c’è ed emerge dal consueto gusto per gli intrecci, dalla passione sfrenata per i contrappunti, da quel senso tutto hemingwayano del ritmo e della pulsazione come concetti relativi, elastici. L’iniziale “Summa” è illuminante in tal senso: al di sopra del beat elegantissimo del batterista si intersecano gli altri quattro strumenti, con il sax di Eskelin che, battuta dopo battuta, emerge e prende il sopravvento. Il gioco di incastri è discreto e carezzevole, ma provando a ripetere l’ascolto concentrandosi su una sola voce per volta, ci si accorge di quanto complicato sia lo sviluppo del brano. Stesso discorso per la nevrotica “Riptide,” che vive dell’opposizione tra due linee: quella zigzagante e incalzante enunciata dai fiati, e quella marziale scandita dalla chitarra, con le spalle coperte dal basso elettrico e dalla batteria.

Ripescati e riletti “Gitar” e “Holler Up”: il primo da Waltzes, Two-Steps & Other Matters of Head del ’99, il secondo da Demon Chaser del ’93. Particolarmente pimpante e riuscita “Backabacka,” composizione che, a proposito di continuità, ci ricorda la passione mai sopita di Hemingway per il kwela sudafricano; passione che emerge più velata e suadente che mai in “At Anytime,” mentre “Chicken Blood” e “Meddle Music” ci suggeriscono che, in fondo, siamo sempre a New York.
http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=7028

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