All About Jazz Italy review by Vincenzo Roggero

Marty Ehrlich’s Rites Quartet – Frog Leg Logic (CF 242)
Valutazione: 4 stelle
Un inizio dolce e soave, leggermente bucolico e cameristico, fa presagire paesaggi sonori celestiali e meditativi. Inaspettatamente al minuto uno e quarantadue irrompe il violoncello pizzicato di Hank Roberts che dà il via ad un blues torrido, cadenzato e sensuale. Sembra di sentirlo addosso il caldo umido del Delta, i profumi e gli odori intensi della natura, lo scorrere lento e indolente del grande fiume, il contralto di Marty Ehrlich voce di un lamento che si fa invocazione e poi preghiera. Improvvise accelerazioni qua e là, la tromba di James Zollar che nasce come un gorgoglio e traghetta il New Orleans sound sulle sponde scarne care a Bill Dixon, la batteria, al solito sensibile, di Michael Sarin , la chiusura con il ritorno alle origini. Sono i dieci minuti abbondanti di “Ballade,” una delle cose più emozionanti ascoltate negli ultimi tempi, la perla di Frog Leg Logic firmato Marty Ehrlich’s Rites Quartet.

Che è disco compatto, profondo, ispirato, godibile dal primo all’ultimo minuto, con altre frecce al proprio arco come il free bop della title track, il funky obliquo e armolodico di “You Can Beat the Slanted Cards,” lo scoppiettante zigzagare del conclusivo “The Gravedigger’s Respite”.

Se nel precedente Things Have Got to Change il Rites Quartet tributava più che un omaggio a Julius Hemphill (del quale Ehrlich è uno degli eredi musicali più rappresentativi) interpretando due brani mai incisi dal leggendario sassofonista di Fort Worth, in questo Frog Leg Logic compaiono solo composizioni originali.

Ed è Marty Ehrlich cento per cento. Anche se il benevolo spirito di Hemphill aleggia non solo nel citato “Ballade” ma in una sorta di visionarietà poco esplicita, sotterranea e trattenuta, ricca di sfumature ed aperta a molteplici interpretazioni. Dell’eccellenza dei musicisti si è detto ma piace sottolineare il ruolo svolto da Hank Roberts, vero e proprio battitore libero timbrico e ritmico dell’incisione. Come il violoncello di Abdul Wadud nel capolavoro Dogon A.D. (Arista Freedom – 1972). E il cerchio, forse, si chiude.
http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=7581

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s