Nero Arcobaleno review by Daniele Chicca

Baloni – Fremdenzimmer (CF 237)
Il diavolo è nei dettagli, si dice in inglese. La scoperta di un oggetto dimenticato per anni in una stanza o di un ricordo che riemerge dal subconscio. Cosî é Fremdentzimmer: intendiamoci, non è un album per tutti. Ma al contempo è un album per tutti. Basta lasciarsi andare. In fondo è il suono dei tempi e delle città alientanti in cui viviamo. Ci é giocoforza familiare. Come lo era negli Anni 90 il teatro di Harold Pinter nella Londra del Modernismo. O come lo erano durante la Rivoluzione Industriale le denunce della dura vita dei minatori nelle pagine di Germinal di Emile Zola.   Più che il timpano fine, come si sarebbe portati a pensare quando si ha a che fare con il free jazz, è richiesta una forte sensibilità di animo. Non bisogna aspettarsi solo noise alternato da silenzi – due elementi caratteristici della realtà contemporanea. Alla fredda precisione dell’esecuzione si affianca il calore di qualche respiro. Qualche melodia prevedibile ci è concessa, ma si tratta più che altro di un racconto da ascoltare a bocca aperta e occhi chiusi. Per poterlo ingoiare, pronti a farsi prendere per mano dal trio europeo nato tra i rumori di Brooklyn.   Non sorprende che dal rimbombo stridente delle rotaie della metro newyorchese sia partorita una musica cosî disorientante. Quando il filo della trama sembra perso, ecco ritrovare improvvisamente un senso. Tutto torna. Magari in un ritornello, magari in un piccolo particolare ripetuto in sottofondo. Siamo sempre nel terreno dell’improvvisazione, ma in prefetto equilibrio tra free jazz e musica da camera. Immaginatevi di dover suonare un brano di musica classica senza avere piu sotto lo spartito, e doverlo fare con una vanga da giardino, una foglia secca e dei chiodi trovati per terra.   Si comincia subito con un’immersione di suoni sottovoce, un’esplorazione che coglie di sorpresa per la durata di due brani fino a La Marche Sifflante, prima dell’arrivo di un urlo nello stomaco improvviso con Searching. Arrivando a Torpado, si sperimenta la caduta, il cuore della prima parte. Da qui fa seguito una digestione leggera, che aiuta a ricordare l’impatto del primo boccone, mentre in bocca è rimasto solo un retrogusto di una sinfonia di archi scandita dalle note del contrabbasso.   Si prosegue per la strada maestra indicata dai fiati del clarinetto, il vento che soffia da dietro e l’attesa dell’arrivo, in silenzio. Ma dove? Spetta a voi deciderlo. La cosa è molto semplice: se siete irrequieti state certi che questi suoni non vi tranquillizzeranno, bensì alimenteranno con ogni probabilità il vostro stato. Se siete calmi, non vi innervosiranno, anzi, vi accompagneranno per una contemplazione verso la meta finale.   Nella traccia forse più significativa, Wet Wood, Frantz Loriot alla viola ricrea un ambiente misterioso come se avesse tre braccia e sei orecchie, mentre Joachim Badenhorst ci indica la via, le tante vie, da percorrere, attraverso le quali Pascal Niggenkemper tiene il tempo dei passi. Il viaggiatore siamo noi. Alle prese con una tempesta. Una lotta verso l’accettazione in un mondo estraneo. Alla ricerca non di una verità che ci accomuni, ma di una verità tutta nostra.

Viaggi così intensi come questi si vorrebbe durassero di più, perché ci possano aiutare anche a rivelarci chi siamo. Come tutte le esperienze inaspettate, che ne scatenano un milione di altre. Invece ogni nuovo ascolto non sarà mai uguale, non vi comunicherà le stesse cose. Rassegnatevi, è tutto frutto della vostra immaginazione (ma andate a vederli in tour). Con una sola certezza: il significato di questo CD è da cercare dentro di noi. E’ dato dai collegamenti che facciamo nella nostra testa, dalle sensazioni che restano.
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