All About Jazz Italy review by Stefano Merighi

CF 259Angelica Sanchez Quintet – Wires & Moss (CF 259)
Valutazione: 3.5 stelle
L’aura di Tim Berne aleggia lieve sopra questa ottima band. Quattro su cinque componenti del Quintet provengono infatti da molte avventure con Tim, episodi di formazione fondamentali per la loro maturazione. Brava Angelica dunque, a sceglierli e a guidarli con discrezione ma risoluta fermezza. Sanchez è in un periodo di notevole intensità creativa: il solo piano, il lavoro nel Golden Quartet di Smith e questo quintetto. Che, a un primo ascolto, è piuttosto spiazzante: composizioni meditative, che non forzano mai ritmi e archi narrativi e invitano alla concentrazione tranquilla. Insomma, abbiamo qui cinque campioni dei rispettivi strumenti, ma non ascoltiamo esibizioni muscolari né concitazioni free.

Piuttosto articolate indagini sul suono, sui rapporti timbrici speculari, saldati da una scrittura sensibile, che si evolve da un frammento, da un interludio. Ogni traccia non inizia infatti con temi assertivi o riff; muove invece da grumi sfilacciati o note tenute, che si trasformano piano in narrazioni ponderate, preziose. “Loomed” propone intrecci tra tenore e chitarra, fino all’intervento asprigno, vetroso di un Ducret sempre più lucido; la tensione sale quando Malaby impone un eloquio potente sopra un’ancora ritmica ostinata. Poi, rarefazione e pianoforte in solitudine, tenue.

E’ musica esemplare per riflettere sulla frattura che molti autori hanno operato rispetto alle filiazioni jazzistiche riconoscibili. La Sanchez, come molti altri, è cresciuta potendo ascoltare enormi discografie, dunque influenzata da fonti anche disparate e antitetiche. Logico dunque che lo spettro espressivo sia frantumato, che non vuol dire confuso.

Come pianista, Sanchez punta su un fraseggio fluido, vagamente hancockiano, lontano però da vezzi e iterazioni: ciò che le interessa è la sostanza e il respiro d’insieme. Come in “Soaring Piasa,” grande brano che da un duo astratto Malaby-Ducret entra in un territorio da ballad e si apre a interventi del tenore e del piano in simultanea, con variazioni tematiche e intensità ritmiche. Il tandem Gress-Rainey fa faville anche su tonalità impressioniste e ci pensa Marc Ducret a graffiare da par suo, in una strepitosa introduzione solitaria in “Wires & Moss”. Qualche episodio è più sfocato e manca forse un colpo da ko. Ma la coerenza del paesaggio sonoro riscatta anche qualche sequenza sfibrata.

Buon disco.
http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=8590

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