All About Jazz Italy Vittorio Albani

CF 263Ingebrigt Håker Flaten – Now Is (CF 263)
Potremmo essere velocissimi. Il bassista norvegese che oggi abbraccia gli orizzonti texani è davvero uno dei musicisti che sono entrati da qualche anno nel gotha del free più creativo e propositivo. La portoghese Clean Feed, che lo sa da qualche tempo, lo santifica nuovamente con questo Now Is che potrebbe davvero essere la definitiva consacrazione di Håker Flaten, crema eccelsa del movimento più intelligente legato alla musica contemporanea. E lui, per non deludere nessuna attesa, benedice il nuovo lavoro lasciando a casa ogni scelta ritmica per eccellenza, scegliendo un inaspettato e sorprendente quartetto con il fido Joe McPhee al tenore, il chitarrista Joe Morris e il trombettista Nate Wooley. Niente batteria, niente pianoforte. Le poche basi interpretative toccano il blues e atomi di bop; il resto è pura improvvisazione in senso davvero nuovo e lontano sia dalle “classiche” accezioni europee o nordiche, sia da quelle del fin qui conosciuto mondo chicagoano o che comunque gravita attorno a quelle aree. Il risultato è una tela sonora di vastità rara; materiale musicale da analizzare per ore che piacerebbe sicuramente a Pollock, per niente assimilabile a qualcosa di similare affrontato da formazioni imparentate ma, forse, più concettualmente vicino alle filosofie di Malachi Favors con un pizzico del Charlie Haden più ricercato. Now Is è un gioco di affinità elettive, spazio destrutturato, quaranta minuti di precisione, dove nulla sembra lasciato al caso. Empatia spontanea e frammenti di lucida avantgarde cross-generazionale. Wooley ci piace moltissimo in “Rangers,” Morris in “As If,” McPhee in “Knicks,” Håker Flaten, giustamente, dovunque.

Che cosa vuol dire? Vuol dire che la tendenza è quella di una pittura sonora dove ogni tassello santifica le varie personalità e l’energia di ogni attore del lavoro. Qualcosa di metallico che avvicina il tutto al punk-jazz e poi il piccolo mare luminoso dei due minuti e rotti finali di “Post,” ballad che chiude il cerchio aperto con il “Port” iniziale.

Astratto ma mai tagliente, sensuale in modo certamente peculiare e personale, selvaggio e controllato quanto basta. Di certo non un capolavoro imperdibile, ma trentanove minuti da studiare a fondo per comprendere le nuove costellazioni del cielo di una modern music fatta di accenti, spazio, colore, cacofonia, naturalezza e momenti di autentica tensione. Grandiosa sintesi di ciò che oggi potrebbe essere per molti eccitazione, per altri (i più distratti) noia. L’originalità è però davvero unica ed è questa, innanzitutto, da portare sull’altare.
http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=9083

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