Daily Archives: November 19, 2013

Percorsi Musicali review by Ettore Garzia

CF 281Susana Santos Silva/Torbjorn Zetterberg – Almost Tomorrow (CF 281)
A mia memoria nel jazz i dialoghi tra tromba e contrabbasso sono piuttosto rarefatti. Negli ultimi anni ricordo con piacere un episodio discografico tra Joelle Leandre e Jean Luc Cappozzo. Oggi ve ne segnalo un’altro, che mi ha affascinato molto: si tratta della trombettista portoghese Susana Santos Silva e del contrabbassista svedese Torbjorn Zetterberg. La loro collaborazione è in qualche modo un punto di sviluppo del loro lavoro che quindi necessita di qualche notizia pregressa sui due musicisti.

Sulla scia della rivalutazione d’interesse del jazz portoghese* si colloca l’esordio di Susana Santos Silva, una giovane musicista fuoriuscita dall’esperienza di una big band portoghese (OJM), che in quintetto nel 2011 pubblica “Devil’s dress”: un disco apparentemente kitsch dalla copertina che invece la presentava seriamente alla comunità dell’improvvisazione con tutte le credenziali tecniche a posto. In quel cd, nonostante venga ricalcata la cifra stilistica di gran parte del mainstream jazz odierno, salta evidente la padronanza dello strumento e la creatività della musicista. Dopo quell’episodio, Susana, intelligentemente comincia però ad allargare il raggio d’azione, collaborando sempre con suoi connazionali nei progetti dei Lama (un trio recentemente apertosi all’inserimento estemporaneo del sassofonista/clarinettista Chris Speed) e dei SSS-Q, un duo con il batterista Jorge Queijo: il free jazz autentico si fa prepotentemente strada e soprattutto si apre alla bellezza dei suoni in risonanza acustica.

Torbjorn Zetterberg, dal canto suo, non ha bisogno di grandi presentazioni: in queste pagine è stato più volte citato come uno dei migliori contrabbassisti della scena svedese soprattutto in relazione alla capacità di esplorazione interattiva dello strumento (vedi per tutte il gran lavoro di supporto svolto nel trio di “Soulstorm” con Ivo Perelman).

Il nuovo lavoro dei due musicisti, “Almost Tomorrow”, è quasi una rivelazione se rapportato a quello che è stato fatto dai due fino ad oggi. Ottimamente registrato, proietta i due musicisti nella sperimentazione empatica allo scopo di regalare la vera voce dei due strumenti utilizzati: evitando senza problemi il cerebralismo che potrebbe essere insito in questo tipo di operazioni, i due forniscono una prova di maturità maiuscola con la Santos Silva che impone un proprio stile, che ha solo un riferimento di partenza in Wadada Leo Smith, ma che poi viene totalmente bilanciato dall’esplorazione ricorrente ed ipnotica che deriva dall’utilizzo della tecnica estensiva (vedi le combinazioni che simulano macchine di Feet Machine Song e Head distortion machine).

Quello della Santos Silva è uno stile composito, che lavora sulla variabilità delle tonalità di emissione della tromba in modo da ricavare discorsività, stranezza e liricità al tempo stesso: una tromba cangiante, quasi parlante (senti Action Jan-Olov) e gradevolissima che si staglia nell’universo stantio di Zetterberg che da parte sua tiene il contrabbasso in una costante e vitale posizione di risposta al dialogo grazie all’uso a strappo delle corde (Knight of Storvalen). Qui il suo contrabbasso riesce a caratterizzare (ancora meglio rispetto a Queijo) le simbiosi dinamiche esistenti in un duo.

“Almost tomorrow”, programmatico sin dal titolo, è quindi operazione varia in cui i suoni di tromba e contrabbasso rivendicano la loro proprietà, la loro genuinità, dove si deve sottolineare la diversità delle impostazioni percorse dai due musicisti rispetto agli improvvisatori americani nello stesso strumento (Santos Silva suona sicuramente diversa dalle evoluzioni estese di Wooley o Evans, così come Zetterberg è lontano da quelle di Dresser, Bisio o Morris). Qui navighiamo in concetti improvvisativi che sono molto vicini allo status di arte (le sensazioni di Colombus Arrival in Harjedalen).
http://ettoregarzia.blogspot.it/2013/11/susana-santos-silva-torbjorn-zetterberg.html

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Downbeat review by Peter Margasak

Few trumpeters find and develop disparate contexts and projects as assiduously as Nate Wooley, a fiercely original and curious horn player who straddles the divide between jazz and abstract improvisation as if it was a mere crack in the sidewalk. These two new recordings capture him in wildly different settings, for which he masterfully calibrates his sound and approach to suit the needs of each, yet  his personality shines through on both.

CF 282Nate Wooley/Peter Evans/Jim Black/Paul Lytton – Trumpets and Drums: Live in Ljubljana (CF 282)
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Live in Ljubljana is a fully improvised quartet set that puts him in the company of two of his most trusted duo partners: fellow trumpeter Peter Evans and drummer Paul Lytton. Drummer Jim Black, a regular member of the quintet led by Evans, rounds out the Trumpets and Drums quartet. For the majority of the album’s two lengthy pieces, wryly titled “Beginning” and “End,” the horn players dig into their huge bags of extended technique, blowing sibilant growls, unpitched breaths, machine-like sputters, brittle whinnies, and more. But rather that come off as a predictable catalog of sounds, the pair reveal a stunning connection, playing off one another with rare empathy and ensemble-oriented focus. But the bond between Wooley and Evans is hardly the only connection at work here. Lytton and Black contribute a veritable thicket of frictive clatter and percolating chaos, but never at the sake of forward propulsion.

CF 280Nate Wooley Sextet – (Sit In) the Throne of Friendship (CF 280)
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(Sit In) the Throne of Friendship was recorded with a dazzling, resourceful sextet. The disc not only shows off Wooley’s deep jazz roots on demonstrates his startling growth as a composer and arranger. The album opens with a sparkling adaptation of Randy Newman’s “Old Man on the Farm,” setting the tone with some bracing multi-linear improvisation between himself, reedist Josh Sinton, and tuba player Dan Peck. Wooley deftly scurries between clarion-toned lines that suggest the influence of Dave Douglas, especially the half-valved fluidity, and the scuffed, striated sounds generated with extended technique, fitting both aesthetics into the flow of his compositions. Wooley’s multipartite tunes make exceptional use of his scrappy ensemble, giving them a deceptive orchestral quality. While there’s little about this session that sounds like Birth of the Cool, the agility of Peck reminds me of Bill Barber’s smooth, dominant presence on that Miles Davis classic, while the sometimes shimmering, sometimes dissonant vibraphone lines of Matt Moran adds an additional layer of cool to the proceedings.

Wooley’s tunes are packed with attractive melodies that wind and wend though ever-shifting timbres thanks to inventive, rich arrangements that keep the sonic landscape in constant motion. There are plenty of solos here, but there’s no blowing over cycling forms. Wooley’s technical imagination and mastery of jazz fundamentals has been established already, but this new sextet effort definitely adds notches to his belt.